Annozero, nessun accordo tra Masi e Santoro

Michele Santoro e Mauro Masi

Michele Santoro e Mauro Masi

L’atteso incontro tra Michele Santoro e il dg della Rai Mauro Masi, sui contenuti della nuova trasmissione guidata dal giornalista, si è concluso con un nulla di fatto. Dopo quattro ore di riunione nella sede di Viale Mazzini, entrambe le parti sarebbero rimaste ferme sulle rispettive posizioni, e così il futuro del conduttore di “Annozero” in azienda resta incerto: il giornalista andrà si in onda il 23 settembre in prima serata su Raidue, ma non è ancora chiaro quale programma sarà chiamato a condurre.

Santoro preme per il “vecchio” Annozero, da lui considerato un pilastro dell’informazione e del palinsesto, mentre mamma Rai pensa a un nuovo format. “La stima per la persona e per il professionista è fuori discussione”, ha precisato il dg Masi dal palco di CortinaIncontra. “Ma è un caso molto specifico e peculiare, il suo rapporto con l’azienda è determinato da una doppia sentenza del giudice del lavoro che fissa anche gli orari per andare in onda. La sentenza dice che Santoro deve fare un programma, non quale programma”.

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Cassazione, più tutele per il giornalismo d’inchiesta

Il "palazzaccio", sede della corte di Cassazionell giornalismo d’inchiesta deve essere più tutelato delle altre notizie e godere di maggiore libertà. I criteri di attendibilità della fonte possono essere meno rigorosi o comunque subire una applicazione diversa. A stabilirlo la terza sezione della Cassazione presieduta da Mario Rosario Morelli, che si è pronunciata su un’inchiesta giornalistica de “Il Tempo” del 1998.

La decisione dei giudici si deve al fatto che il giornalismo d’inchiesta è stato riconosciuto come “l’espressione più alta e nobile dell’attività di informazione”. Un verdetto molto significativo in un momento in cui impazza il dibattito sulla sul disegno di legge sulle intercettazioni e in cui si discute fin dove si può spingere la notizia e dove si deve arrestare di fronte alla privacy delle persone.

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Claudio Brachino sopeso per due mesi per il servizio sul giudice Mesiano

Claudio Brachino

Claudio Brachino

Claudio Brachino mandò in onda immagini “non essenziali e prive di interesse pubblico” riguardanti il magistrato Raimondo Mesiano. Per questo motivo l’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso per due mesi il direttore responsabile di Videonews. Stessa sorte per la redattrice Annalisa Spinoso autrice del servizio incriminato, sanzionata dall’Ordine siciliano, cui la giornalista è iscritta.

L’ormai famoso “scoop” sul magistrato milanese, che pochi giorni prima aveva condannato la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro, era andato in onda il 15 ottobre scorso durante “Mattino 5”, la trasmissione di informazione e approfondimenti di Canale 5.

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Cassazione, rubare fascicoli per inchieste giornalistiche non è reato

cassazioneRubare fascicoli di atti di processi per dimostrare il malfunzionamento dei pubblici uffici e dei tribunali si può fare, purché la rimozione sia assolutamente “momentanea” e non si configuri alcuna “sottrazione”. È la sentenza 4699 del 2010 con cui la sesta sezione della Cassazione ha prosciolto un giornalista e un fotografo di Pavia, dall’accusa di “violazione della pubblica custodia di cose”.

Non si può, però, invocare il diritto di cronaca se per documentare la sua inchiesta il giornalista si rende egli stesso responsabile di reati. I due cronisti in questione, infatti, sono stati assolti solo perché la rimozione dei fascicoli e la ricollocazione all’interno dell’armadio stesso erano stati immediati così da dare all’inchiesta giornalistica un “fine dimostrativo e sociale” che è quello che dovrebbero avere tutte le inchieste.

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Omicidio Tobagi, confermata condanna per giornalisti di Gente

walter tobagiAvevano denunciato un presunto avvertimento ricevuto dai carabinieri che preannunciava l’omicidio del giornalista Walter Tobagi, ucciso dalla Brigata XXVII marzo il 28 maggio dell’80. Aver avanzato l’ipotesi che Tobagi potesse essere salvato era costata all’appuntato dei carabinieri, Dario Covolo, e a Renzo Magosso ed Umberto Brindani, rispettivamente caporedattore ed ex direttore del settimanale “Gente” la condanna in primo grado per diffamazione.

Ora la corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza. Sotto accusa l’intervista pubblicata il 17 giugno 2004 in cui Covolo aveva parlato del presunto avvertimento. Nell’articolo intitolato “Tobagi poteva essere salvato”, Covolo, allora chiamato con il nome in codice “Ciondolo”, affermava di aver saputo da un informatore di un progetto di attentato a Tobagi, circa sei mesi prima che si verificasse l’esecuzione. “Ne ho parlato al capitano Ruffino – aveva affermato – e, quando tornò da una trasferta a Roma, al capitano Bonaventura. Mi venne ordinato di scrivere un rapporto anonimo… mi aspettavo di entrare in azione da un momento all’altro. Invece venni trasferito a Palazzo di Giustizia a fare intercettazioni telefoniche. Non ero d’accordo, ho dovuto ubbidire”. Ora la notizia della conferma della condanna simbolica per l’ex appuntato e per il giornalista a pagare una multa di 1000 euro ciascuno e di 300 euro per l’ex responsabile del settimanale.

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Battaglia Mediaset-Sky sugli spot. Pari il primo round

skypremium
Tutti contenti… a metà. Il tribunale civile di Milano è riuscito nella difficile impresa di accontentare sia Sky che Mediaset nel braccio di ferro sugli spot televisivi, non accontentando in realtà nessuno dei due. La diatriba tra le due piattaforme televisive riguardava il rifiuto di trasmettere gli spot promozionali di Sky da parte dell’azienda della famiglia Berlusconi. Rifiuto contro il quale l’azienda di Murdoch aveva sporto ricorso.

Ebbene la sentenza emessa il 26 ottobre ha sancito che Publitalia ’80, la concessionaria di pubblicità del biscione, non potrà proseguire nel “pregiudiziale rifiuto” ad accogliere le campagne pubblicitarie di Sky Italia “al solo fine di avvantaggiare l’offerta Mediaset Premium”, ma allo stesso tempo ha deliberato di non accogliere la richiesta di Sky di riattivare immediatamente i suoi spot sulle reti del concorrente.

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Condannata a 60 frustate. Giornalista saudita graziata dal Re

saudiking_abdullahGraziata dal Re. A poche ore dalla condanna alla flagellazione con 60 frustate la giornalista araba Rozana Al Yami è stata salvata dal suo sovrano, il re dell’Arabia Saudita, Abdullah Bin Abdul Aziz.

La donna aveva subito la barbara pena per aver lavorato part-time per il canale satellitare libanese Lbc, colpevole di aver mandato in onda una trasmissione nella quale un saudita si vantava della sua vita sessuale.

Il re Abdullah, intercedendo personalmente in favore della giornalista “ha chiesto al ministero della giustizia di abbandonare la condanna alla flagellazione e di passare la questione al ministero dell’Informazione”, ha detto un portavoce del governo, Abdel Rahmane al-Hazaa. Anche il dossier su un’altra giornalista di Lbc è stato trasferito, sempre su ordine del Re, al ministero dell’Informazione, che dovrà decidere come e se punire le due professioniste.

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La Cassazione va incontro ai giornalisti: due sentenze favorevoli

Cassazione “amica” dei giornalisti. Negli ultimi giorni i giudici della corte suprema hanno emesso due sentenze che favoriscono i cronisti e che li aiuteranno nello svolgimento del loro lavoro. Le sentenze in oggetto sono la numero 39706 e la 40408. La prima sancisce il diritto di chiunque ad accedere ai provvedimenti e alle procedure in corso nella pubblica amministrazione, sbriciolando in un colpo solo uno dei principi più discussi della nostra democrazia, il segreto d’ufficio sugli atti amministrativi. La seconda, invece, riconosce il diritto dei giornalisti alla “libera interpretazione dei fatti” nel riportare una notizia, anche quando questa comporti “una certa dose di provocazione”.

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Gianfranco Fini querela Feltri per le allusioni al dossier a luci rosse su An

Gianfranco Fini come Silvio Berlusconi. Il presidente della Camera, seguendo l’esempio del premier, sceglie la via giudiziaria per rispondere a Vittorio Feltri che, sul Giornale, annuncia un dossier “a luci rosse” del 2000 sul suo conto.

La querela contro il direttore del quotidiano milanese, è annunciata da Giulia Bongiorno, avvocato del presidente Fini nonché presidente della commissione Giustizia della Camera. Poche secche parole, quelle dell’avvocato: “Dando seguito al mandato ricevuto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, è stata presentata querela contro il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri, in relazione all’articolo “Il presidente Fini e la strategia del suicidio lento. Ultima chiamata per Fini: o cambia rotta o lascia il Pdl”.

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Aveva indossato i pantaloni. Giornalista sudanese scampa alle frustate ma finisce in carcere

Era riuscita ad evitare la frusta Lubna Ahmed al Hussein, la giornalista sudanese arrestata a Khartum il 3 luglio scorso per aver indossato i pantaloni in un luogo pubblico, ma non contenta ha rifiutato di pagare anche la multa di 200 dollari stabilita dai giudici.

“Sono innocente – ha dichiarato la giornalista alla Afp – Non pagherò. Piuttosto vado in prigione”. E così è andata. Lubna è stata trasferita in cella dove, se non si deciderà a pagare, dovrà scontare un mese.

Dalla padella nella brace, verrebbe da dire. Ma quello di Lubna è un gesto di grande coraggio nella battaglia per la conquista dei diritti civili delle donne islamiche. È una sfida alle istituzioni e alle tradizioni più radicate di questa cultura.

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