Rsf, Italia al 49simo posto nella classifica per la libertà di stampa

L’Italia perde ancora posizioni nella classifica della libertà di stampa. Secondo la graduatoria del 2009 stilata da “Reporters sans frontieres”, il Belpaese scende dal 44simo post del 2008 al 49simo di quest’anno. Una vera e propria caduta libera visto che nel 2007 l’Italia era in 35sima posizione.

Le motivazioni di questa diminuzione di libertà nella nostra informazione, secondo Rsf, sono da ricercarsi nelle “pressioni del Cavaliere sui media, e le crescenti ingerenze”, ma anche nelle “violenze di mafia contro i giornalisti che rivelano le attività di quest’ultima e un disegno di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità per i media di pubblicare i testi di intercettazioni telefoniche”.

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Minacciato e costretto alla clandestinità un giornalista russo collega della Politkovskaia

Minacciato ripetutamente e costretto a vivere in clandestinità. A subire tutto ciò è il giornalista russo
Alexadr Podrabinek (nella foto), collaboratore da Mosca di “Radio France Internationale” nonché reporter della “Novaia Gazeta”, il giornale per cui scriveva Anna Politkovskaia.

Le prime minacce sono arrivate in seguito alla pubblicazione, lo scorso 21 settembre, di un servizio sui crimini del regime sovietico, sul sito di informazione www.ej.ru. L’articolo ha provocato ha provocato la durissima reazione da parte dei movimenti patriottici russi e una campagna di odio contro il giornalista. Il suo numero di telefono è stato pubblicato su molti siti che incoraggiavano i “patrioti” a minacciare Podrabinek. Diverse persone si sono presentate al giornale, altri si sono fatti passare per postini o corrieri con l’intento di penetrare nella sua abitazione. Temendo per la vita sua e della sua famiglia il giornalista è stato costretto a trovare rifugio in un luogo segreto.

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Iraq, libero il giornalista che tirò una scarpa a Bush

Muntazer al-Zaidi, il giornalista iracheno che il14 dicembre scorso aveva lanciato una scarpa contro George W. Bush nel corso di una conferenza stampa, è libero. Il reporter è stato scarcerato dopo aver scontato nove dei dodici mesi cui era stato condannato “per aggressione a un capo di stato in visita”.

La sua liberazione è stata accolta tra i festeggiamenti del popolo iracheno per il quale al-Zaidi è un vero e proprio eroe. Le immagini di quel lancio, ormai famosissime, hanno fatto il giro del mondo grazie soprattutto a YouTube, e su Facebook ci sono centinaia di gruppi dedicati a Zaidi. A Tikrit, città natale del defunto ex presidente Saddam Hussein, gli era stata anche anche dedicata una grande statua, a forma di scarpa, che però è stata rimossa tre giorni dopo la sua inaugurazione. Per quel gesto il giornalista era stato condannato inizialmente a tre anni di reclusione, poi ridotti ad uno in appello.

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Afghanistan, giornalisti in sciopero contro forze Nato

Giornalisti afghani in agitazione. Tre giorni di sciopero sono stati proclamati dopo l’ultima uccisione di coloro che vengono erroneamente definiti “traduttori”, avvenuta nel blitz che la settimana scorsa ha portato alla liberazione del giornalista britannico Stephen Farrell, inviato del New York Times.

La protesta indetta dal Media club of Afghanistan (Mca), il principale sindacato dei reporter locali, è scaturita dalla constatazione del “diverso peso attribuito dai militari della missione Isaf alla vita dei giornalisti afghani rispetto a quella dei media stranieri”. Non è la prima volta, infatti, che cronisti del posto perdono la vita negli scontri a fuoco tra forze Nato e talebani, generati dai tentativi di liberazione di giornalisti occidentali.

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Liberazione Farrell: il racconto del giornalista del New York Times

“Sono fuori, Sono libero!”. Stephen Farrell, il giornalista del New York Times sequestrato dai talebani in Afghanistan, ha chiamato ieri sera la redazione esteri a New York dopo il drammatico blitz delle forze britanniche che ha portato al suo salvataggio. Il racconto del reporter, sul giornale di oggi e sul sito online, lascia intravedere la possibilità che l’interpret Sultan Munadi, sequestrato con lui sabato scorso, sia rimasto vittima di fuoco amico.

Farrell ha raccontato la scena dell’arrivo degli elicotteri: “Eravamo tutti in una stanza, i talebani se l’erano data a gambe, era chiaro che era un blitz. Pensammo che ci avrebbero uccisi. Pensammo che era meglio scappare”. Giornalista e interprete, corsi fuori dalla casa, hanno sentito voci “afghane e inglesi”. C’erano proiettili tutto intorno. Munadi era davanti. Gridava, “giornalista, giornalista”, ma è caduto sotto una raffica di colpi. “Io mi sono buttato in un fossato”, ha detto Farrell spiegando che non era chiaro da dove venisse il fuoco, “se da militari alleati o dai talebani”. Dopo un minuto o due Farrell ha detto di aver sentito voci di inglesi: “Ostaggio britannico”, ha gridato il giornalista che ha il doppio passaporto, britannico e irlandese. Solo a quel punto l’inviato del New York Times ha visto l’interprete riverso a terra: “Era nella stessa posizione di quando era caduto. E’ tutto quel che so. L’ho visto cadere davanti a me. Non si muoveva. Era morto. Era così vicino, a mezzo metro davanti a me quando è caduto”. Né il New York Times né la famiglia di Farrell erano stati messi a parte dell’operazione militare in cui, oltre a Munadi, é morto un soldato britannico e che potrebbe aver fatto vittime civili, una donna e un bambino.

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Due storie, due destini. Giornalista afghano liberato dopo due anni, uno salvadoregno ucciso dalla malavita

Sono due storie molto diverse ma anche molto simili quelle che hanno accomunato in questi giorni Sayed Pervez Kambaksh e Christian Poveda. Due giornalisti, in parti diverse del mondo, finiti nei guai solo per aver fatto il proprio lavoro. Due storie con finali, purtroppo, tragicamente opposti.

Sayed Pervez Kambaksh era stato condannato a morte per blasfemia da un tribunale islamico di Maza-i-Sharif il 22 gennaio del 2008. Ora, dopo due anni di prigionia, è tornato ad essere un uomo libero. A porre fine alla sua reclusione, la grazia concessa dal presidente afghano Karzai.

La sua vicenda aveva fatto scalpore all’epoca dei fatti, tanto che anche la diplomazia internazionale si era mobilitata per la sua liberazione. Kambaksh, 24enne giornalista afghano, si era “guadagnato” la condanna a morte per aver scaricato da un sito iraniano materiale informativo sui diritti delle donne e l’Islam. La sentenza aveva provocato l’intervento delle associazioni di giornalisti di tutto il mondo e di numerosi governi, in primo luogo quello Usa con il segretario di Stato Condoleeza Rice. Anche l’Unione Italiana Cronisti aveva richiamato l’attenzione sul suo caso assegnando a Kambash l’International Award Reporter of the Year e facendo pressioni sulle autorità del afghane, italiane ed europee per la scarcerazione. Come risultato della mobilitazione, alla fine del 2008 il processo di appello aveva modificato la condanna a morte in 20 anni di carcere, tra le proteste degli islamici più intransigenti.

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Giornalisti americani contro le gole profonde: “Fonti siano più trasparenti”

Il New York Times e altre organizzazioni giornalistiche hanno inviato una lettera a seicento portavoce dei più importanti organi istituzionali americani chiedendo di sospendere la pratica delle conferenze stampa “off the record”.

Secondo un annuncio pubblicato sul sito della Sunshine in Governement Initiative, un’organizzazione che rappresenta i reporter americani, la lettera è l’ennesimo tentativo di mettere fine agli incontri protetti dall’anonimato, che impediscono di attribuire le dichiarazioni ai funzionari e obbligano i giornalisti a cercare un’altra fonte.

“Molti portavoce, indipendentemente dall’orientamento politico, sempre più spesso sottolineano che le loro dichiarazioni sono off the record”, riporta la lettera. Ai destinatari della protesta, quasi tutti funzionari delle agenzie federali di Washington, compreso il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, i giornalisti chiedono “di agire con più trasparenza”.

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Daniele Soragni è il primo giornalista in un reality

Il mondo del giornalismo sbarca sui reality show. Il primo reporter ad avere questo “onore” o, dipende dai punti di vista “disonore”, sarà Daniele Soragni, storica firma e inviato di “Tv Sorrisi e Canzoni”, che farà parte del gruppo dei tredici prescelti per “La Tribù – Missione India” (al via il prossimo 16 settembre su Canale 5 con la conduzione di Paola Perego).

Sul numero di Sorrisi, in edicola da oggi (25 agosto) il sessantunenne rivelerà i retroscena del suo ingaggio: la proposta arrivata dal direttore Alfonso Signorini, la lista del bagaglio da portare, la preparazione psicofisica per l’avventura e la lunga serie di analisi mediche alla quale si è sottoposto nei giorni scorsi, come gli altri concorrenti del reality, prima della partenza il prossimo 9 settembre.

Villa Certosa, i carabinieri sequestrano foto di quattro reporter appostati

Dopo le foto dello scandalo del fotografo zappadù, che hanno dato origine al polverone di polemiche sulle feste del premier Berlusconi, a Villa Certosa non è più così semplice lavorare per i fotoreporter. Quattro fotografi appostati vicino alla Villa del premier sono stati bloccati dai carabinieri, denunciati per violazione della privacy e i loro scatti sequestrati.

“E’ legittimo garantire la tutela della privacy e la sicurezza, ma il sequestro delle schede delle macchine fotografiche dei quattro fotografi avvenuta oggi a Porto Rotondo allo stato, è una incomprensibile misura di prevenzione”. E’ il commento di Franco Siddi, segretario generale della Fnsi, dopo l’episodio.

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Clinton ottiene la liberazione delle giornaliste di current prigioniere in Corea

Ieri, con una missione diplomatica apposita, Bill Clinton ha convinto le autorità nordcoreane a rilasciare le due giornaliste americane di Current Tv, arrestate per spionaggio e poi condannate a dodici anni di lavori forzati.

Laura Ling e Euna Lee sono dunque state graziate dal governo di Pyongyang, dopo quasi cinque mesi di prigionia. Le reporter di Current Tv, il network fondato dal vicepresidente statunitense sotto Clinton, Al Gore, sembravano aver ormai abbandonato ogni speranza di liberazione, ma le trattative tra il governo americano e quello nordcoreano sono proseguite per tutta l’estate.

La missione dell’ex presidente era alquanto delicata, considerato i difficili rapporti tra i due paesi. La Casa Bianca, ufficialmente non coinvolta nelle trattative, ha fatto sapere che le sanzioni americane nei confronti della Corea del Nord restano in vigore, ribadendo la volontà di inasprire l’isolamento di Pyongyang qualora procedesse nello sviluppo del suo programma nucleare.

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