Lodo Mondadori, sospeso risarcimento milionario della Fininvest alla Cir

logo mondadoriPer ora la Fininvest non dovrà pagare. La seconda corte d’appello civile di Milano ha confermato la sospensione dell’esecutività della sentenza che obbliga la società a un maxi risarcimento di 750 milioni di euro nei confronti della Cir di Carlo De Benedetti, per la vicenda del Lodo Mondadori.

La sentenza emessa lo scorso 3 ottobre dall’ormai famoso giudice Raimondo Mesiano, aveva condannato la holding della famiglia Berlusconi al risarcimento della Cir per danno patrimoniale, nella “vicenda corruttiva” che aveva portato la Fininvest all’acquisizione della Mondadori.

“Spargere sangue in questa fase non è utile, sia a noi sia a Cir interessa una decisione a breve nel merito”, è stato il commento dell’avvocato Romano Vaccarella, uno dei legali Fininvest, all’armistizio sancito dalla corte d’appello.“Abbiamo la necessità di giocare a bocce ferme” – ha precisato Vaccarella aggiungendo che lo scontro per lo scontro in questo momento avrebbe finito per danneggiare tutti. La Fininvest, nel frattempo, ha sottoscritto una fidejussione per lo stesso importo a garanzia dell’eventuale risarcimento.

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Internet, i grandi della rete uniti per l’uguaglianza degli utenti

I grandi nomi del web uniti per la neutralità della rete. L’insolita alleanza è dovuta alla prossima riunione della Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, che avrà all’ordine del giorno la riscrittura delle regole di Internet. Così Google, Skype, Twitter, YouTube, Facebook, Mozilla, Linkedin (per citare solo i più conosciuti) hanno deciso di firmare una lettera, inviata al presidente della Commissione, Julius Genachowski, per ribadire la propria posizione. La richiesta è che non venga messo in pericolo il principio che fino a oggi ha garantito eguaglianza a tutti gli utenti del web, ovvero l’impossibilità, per i provider, di stabilire chi deve navigare più veloce e chi più lento, magari in base a quanto è costosa la sua connessione.

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“Mattino 5″ pedina il giudice Mesiano. Scoppia il caso

Un servizio di “Mattino 5” su Raimondo Mesiano, il giudice del processo Fininvest-Cir, e si scatena il caso. Lo scoop andato in onda su Canale 5 è un video di pochi minuti sulla vita privata del magistrato che, non più tardi di due settimane fa, ha condannato il gruppo Fininvest a risarcire alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro, per l’annullamento del lodo Mondadori risolto nel 1990 a favore del biscione in cambio di mazzette versate ad alcuni giudici romani.

Le immagini, che riprendono di nascosto il giudice nella sua vita privata durante una passeggiata domenicale, e il testo del servizio, che dipinge Mesiano come un tipo strano e stravagante per il fatto di indossare indumenti con combinazioni di colori inconsuete, hanno dato il via alla bufera. Durissime le critiche dell’Associazione nazionale magistrati che ha definito “una vergogna” far seguire il magistrato dalle telecamere mentre si fa radere dal barbiere o fuma una sigaretta seduto su una panchina di un giardino pubblico. Per il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Cascini si tratta di “un’intollerabile intromissione nella privacy di una persona”.

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Due storie, due destini. Giornalista afghano liberato dopo due anni, uno salvadoregno ucciso dalla malavita

Sono due storie molto diverse ma anche molto simili quelle che hanno accomunato in questi giorni Sayed Pervez Kambaksh e Christian Poveda. Due giornalisti, in parti diverse del mondo, finiti nei guai solo per aver fatto il proprio lavoro. Due storie con finali, purtroppo, tragicamente opposti.

Sayed Pervez Kambaksh era stato condannato a morte per blasfemia da un tribunale islamico di Maza-i-Sharif il 22 gennaio del 2008. Ora, dopo due anni di prigionia, è tornato ad essere un uomo libero. A porre fine alla sua reclusione, la grazia concessa dal presidente afghano Karzai.

La sua vicenda aveva fatto scalpore all’epoca dei fatti, tanto che anche la diplomazia internazionale si era mobilitata per la sua liberazione. Kambaksh, 24enne giornalista afghano, si era “guadagnato” la condanna a morte per aver scaricato da un sito iraniano materiale informativo sui diritti delle donne e l’Islam. La sentenza aveva provocato l’intervento delle associazioni di giornalisti di tutto il mondo e di numerosi governi, in primo luogo quello Usa con il segretario di Stato Condoleeza Rice. Anche l’Unione Italiana Cronisti aveva richiamato l’attenzione sul suo caso assegnando a Kambash l’International Award Reporter of the Year e facendo pressioni sulle autorità del afghane, italiane ed europee per la scarcerazione. Come risultato della mobilitazione, alla fine del 2008 il processo di appello aveva modificato la condanna a morte in 20 anni di carcere, tra le proteste degli islamici più intransigenti.

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Condannate a dodici anni di lavori forzati. Incredibile sentenza in Corea del Nord contro due giornaliste di Current

Dodici anni di lavori forzati. E’ l’incredibile condanna inflitta dal tribunale centrale nordcoreano a due giornaliste americane, croniste di Current tv. Euna Lee and Laura Ling, entrambe di origini asiatiche, erano state fermate il 17 marzo scorso al confine tra Cina e Corea del Nord, insieme alla loro guida, mentre stavano girando un reportage sui rifugiati nordcoreani nel paese della grande muraglia, per la serie Vanguard in onda sulla tv fondata dall’ex vicepresidente Usa Al Gore (visibile in Italia al canale 130 del bouquet di Sky). L’accusa nei loro confronti era di essere entrate illegalmente in Corea del Nord con intenti “ostili”.

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Sicilia, giornalista minacciato per aver raccontato una storia d’usura

Minacciato di morte per aver raccontato la storia disperata di un artigiano rimasto solo per aver denunciato gli usurai e che, senza un più un soldo, vuole vendere un rene per curare il figlio malato. È l’incredibile storia di Michele Guccione, cronista del quotidiano “La Sicilia” e addetto stampa della Confindustria isolana. Una vicenda impensabile in qualsiasi parte del mondo, all’ordine del giorno nel nostro meridione.

“Il caso Raimondi”, questo il nome dell’artigiano vittima degli usurai, è stato portato agli onori della cronaca a marzo, sul settimanale gratuito “Nell’attesa…” di cui Guccione è direttore. Come se non bastasse, oltre a minacciare di morte il giornalista autore dell’inchiesta, la malavita locale ha pensato bene di minacciare lo stesso Raimondi, reo di aver “cantato”.

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Telenovela Maniaci: il direttore di Tele Jato ha preso il tesserino

Alla fine ha vinto il buonsenso. Da pochi giorni Pino Maniaci, direttore di Tele Jato, ha ottenuto l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti della Sicilia come pubblicista. Si chiude così una vicenda alquanto scabrosa, che ha generato polemiche e sospetti.

Maniaci, infatti, era stato denunciato per esercizio abusivo della professione essendo direttore di una testata giornalista senza essere in possesso del tesserino professionale. Tesserino o non tesserino, dalla sua piccola televisione Maniaci ha sempre svolto in modo encomiabile la professione conducendo scottanti inchieste contro la malavita locale e rischiando in prima persona la propria incolumità, tanto da essere costretto a vivere sotto scorta. La cosa più grottesca della vicenda è stata l’ipotesi, più o meno velata, da parte dell’Ordine siciliano di costituirsi parte civile nel processo contro Maniaci.

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Ancora guai per Maniaci: dopo il rinvio a giudizio nuove minacce mafiose

Sembra non avere pace Pino Maniaci, direttore di Telejato, piccola tv privata di Partinico. Dopo le polemiche per la sua non appartenenza all’Ordine dei giornalisti e il relativo processo per esercizio abusivo della professione, si apprende ora che il giornalista siciliano avrebbe subito nuove minacce di stampo mafioso.

Proprio quando il polverone suscitato dalla questione del suo tesserino professionale, per il quale il cronista si era deciso a fare richiesta, sembrava placarsi, ecco che si viene a sapere delle nuove intimidazioni. La notizia è stata diffusa dal quotidiano Terra in edicola mercoledì. Nell’articolo si legge che l’ordine di zittire Maniaci sarebbe venuto dal territorio di Cinisi.

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Pino Maniaci, il giornalista che combatte la mafia, processato per esercizio abusivo della professione. E l’ordine siciliano si schiera contro di lui.

Un giornalista siciliano che pratica la professione ma non ha il tesserino dell’ordine; un giornalista che si batte da anni contro la mafia dagli schermi di una piccola tv palermitana, “Telejato”, e si trova sotto processo per “esercizio abusivo della professione”; un giornalista che vede l’Ordine regionale della Sicilia schierarsi come parte civile, contro di lui, nel suddetto processo. Il giornalista in questione è Pino Maniaci, sua l’incredibile vicenda che lascia stupefatti.

Questa la storia: Pino Maniaci è un coraggioso giornalista che dai microfoni di Telejato denunciava e denuncia ogni giorno i misfatti dei mafiosi e dei loro amici. Per questa ragione Pino vive sotto scorta, dopo aver ricevuto avvertimenti di ogni sorta, anche sotto forma di attentati e di un pestaggio in pieno giorno consumato sotto gli occhi di decine di testimoni. Attorno a Pino, in quella occasione, si strinse una positiva solidarietà nazionale.

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Travaglio gioie e dolori, a Berlino premiato a Roma condannato

Giornata di sentimenti contrastanti, quella di ieri, per Marco Travaglio. Mentre a Berlino il giornalista torinese, collaboratore di Michele Santoro ad “Annozero”, riceveva un importante premio giornalistico dedicato alla libertà di stampa, a Roma veniva condannato in primo grado per aver diffamato, con un articolo del maggio 2007 sull’Unità, il direttore di Raiuno, Fabrizio del Noce.

Solo un caso? Certamente si, ma a ben guardare l’incrocio dei due eventi può far riflettere. Ecco i fatti: Travaglio a Berlino è stato premiato dell’associazione dei giornalisti tedeschi Djv, “per il suo coraggioso e instancabile impegno per la libertà di stampa in Italia” e “per la sua tenacia nel continuare a criticare anche là dove gli altri hanno rinunciato da tempo“. Parole e musica del presidente del Djv, Michael Konken.

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