New York Times: l’articolo? Lo sovvenziona il lettore

new york timesArticoli a spese dei lettori. È questa l’ultima trovata del New York Times tra le molte iniziative intraprese dal giornale nel tentativo di uscire dalla crisi che sta investendo da tempo il mondo dell’editoria. Quest’ultima novità, però, è decisamente la più innovativa e stravagante. Per pubblicare articoli su temi tralasciati dai grandi media ma a cui i cittadini sono direttamente interessati, il quotidiano newyorkese ha pensato di utilizzare i soldi degli stessi lettori, raccolti attraverso donazioni legalmente ricevute con raccolte fondi.

Il primo articolo pubblicato mettendo le mani nelle tasche dei lettori ha riguardato l’accumulo dei rifiuti nell’Oceano Pacifico, inserito nella sezione Scienza. Il pezzo del giornalista, ovviamente freelance, si conclude così: “I costi del viaggio sono stati sostenuti dai lettori di spot.us, un’organizzazione no-profit che appoggia il giornalismo indipendente”.

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La Cnn perde il primato delle all news americane

cnnLa Cnn non è più la regina delle televisioni all-news americane. La storica emittente che, ormai vent’anni fa, ha lanciato il modello delle tv dedicate 24 ore su 24 all’informazione, è in caduta libera ed è ormai quarta in classifica, e di fatto ultima, tra i network statunitensi via cavo del settore.

Come anticipato dal New York Times, diffondendo le cifre ufficiali che verranno pubblicate questa settimana, nel prime time la Cnn viene superata, non solo dalla FoxNews e dalla Msnbc, ma anche dalla sua consorella del gruppo TimeWarner Hln, l’ex Headline News, più stringata e colorita come un tabloid. Tra le 19:00 e le 23:00, tre dei quattro show della Cnn sono finiti quarti ed ultimi in classifica.

Tra i maggiori flop spicca quello di Anderson Cooper, un cronista d’assalto sul quale la Cnn puntava decisamente e che si era particolarmente distinto durante l’uragano Katrina che distrusse New Orleans nell’agosto del 2005. L’unico a salvarsi, ma senza fare miracoli, è l’anziano Larry King, che finisce terzo nella sua fascia oraria, quella notturna dei talk show.

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Usa, una ricerca universitaria propone aiuti di Stato per i giornali

Torna a farsi strada negli Stati Uniti l’ipotesi di aiuti governativi alle imprese editoriali per fronteggiare la crisi del settore. Già qualche tempo fa il presidente Obama si era detto possibilista in materia, nel caso venisse presentata una proposta seria al Congresso. Ora a ribadire il concetto ci ha pensato un rapporto della Columbia University, dal titolo “The Reconstruction of American Journalism”.

Il rapporto di 36 pagine è stato stilato da Michael Shudson, docente della facoltà, e da Leonard Downie Jr., per 17 anni penna di punta e poi manager al Washington Post. Secondo i due studiosi: “la società americana si deve assumere la responsabilità collettiva di sostenere il giornalismo indipendente in un ambiente economico che è profondamente cambiato”, per questo conclude la ricerca per salvare l’informazione su carta saranno necessari sussidi pubblici.

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Crisi, il New York Times taglia altri 100 posti di lavoro

Ancora tagli al New York Times. Non si calmano le acque al colosso americano dell’informazione.
Entro la fine dell’anno, infatti, la redazione di Manhattan perderà altri cento tra giornalisti e collaboratori, pari all’otto per cento del totale. L’editore offrirà “scivoli” al personale che deciderà di lasciare volontariamente e mentre ricorrerà a licenziamenti qualora non si riesca a raggiungere il numero richiesto. Il nuovo sfoltimento segue quello attuato nella primavera del 2008 quando vennero tagliati altri cento posti di lavoro, anche se in quell’occasione vennero fatte alcune assunzioni. In quell’occasione vennero licenziati, per la prima volta nella storia della prestigiosa testata, alcuni giornalisti. Attualmente lavorano al New York Times 1.250 persone. Un vero e proprio colosso se paragonato a qualsiasi altro giornale americano: nessuno supera i 750 dipendenti.
L’annuncio dei nuovi tagli è stato dato dallo stesso editore del quotidiano, la New York Times Company, dopo che nel secondo trimestre, la società fatto segnare un calo dei profitti del 42%

Crisi Usa, Obama pronto a misure salva giornali. Ma gli americani non si fidano più dei media

Barack Obama è pronto a correre in soccorso all’editoria americana in crisi. Proprio mentre una ricerca stabilisce che l’80 per cento degli statunitensi è scettico sulla credibilità dell’informazione, il presidente USA tende la mano ai media.

Intervistato nello studio ovale dalla “Pittsburgh Post-Gazette” e dal “Toledo Blade”, Obama si è detto “pronto a studiare” proposte di legge in Congresso che aprano la strada al salvataggio dei giornali, a patto che questi accettino di ristrutturarsi come entità no profit. Finora la casa Bianca aveva sempre escluso la possibilità di aiuti federali per i media in crisi. Ora la prima apertura, dettata dalla convinzione che il buon giornalismo sia “assolutamente fondamentale per la salute della democrazia”.

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Arriva Fast Flip, il nuovo aggregatore di notizie di Google

Si chiama “Fast flip”, l’ultima novità di casa Google, studiata negli uffici di Mountain View. Fast flip è il nuovo aggregatore di notizie online che metterà insieme le news dei principali siti di informazione come la Bbc, il New York Times e il Washington Post.

Saranno trenta in tutto i siti web d’informazione da cui si potranno leggere le notizie in modo semplice e immediato. Il nuovo programma, presentato nel corso della conferenza sulle tecnologie “TechCrunch50” a San Francisco e sviluppato da Krishna Bharat, permetterà agli utenti di navigare velocemente attraverso le notizie, sfogliando le pagine come se fosse un giornale virtuale, con la possibilità di selezionare gli argomenti più letti o quelli consigliati e di condividerli con gli amici.

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Afghanistan, giornalisti in sciopero contro forze Nato

Giornalisti afghani in agitazione. Tre giorni di sciopero sono stati proclamati dopo l’ultima uccisione di coloro che vengono erroneamente definiti “traduttori”, avvenuta nel blitz che la settimana scorsa ha portato alla liberazione del giornalista britannico Stephen Farrell, inviato del New York Times.

La protesta indetta dal Media club of Afghanistan (Mca), il principale sindacato dei reporter locali, è scaturita dalla constatazione del “diverso peso attribuito dai militari della missione Isaf alla vita dei giornalisti afghani rispetto a quella dei media stranieri”. Non è la prima volta, infatti, che cronisti del posto perdono la vita negli scontri a fuoco tra forze Nato e talebani, generati dai tentativi di liberazione di giornalisti occidentali.

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Liberazione Farrell: il racconto del giornalista del New York Times

“Sono fuori, Sono libero!”. Stephen Farrell, il giornalista del New York Times sequestrato dai talebani in Afghanistan, ha chiamato ieri sera la redazione esteri a New York dopo il drammatico blitz delle forze britanniche che ha portato al suo salvataggio. Il racconto del reporter, sul giornale di oggi e sul sito online, lascia intravedere la possibilità che l’interpret Sultan Munadi, sequestrato con lui sabato scorso, sia rimasto vittima di fuoco amico.

Farrell ha raccontato la scena dell’arrivo degli elicotteri: “Eravamo tutti in una stanza, i talebani se l’erano data a gambe, era chiaro che era un blitz. Pensammo che ci avrebbero uccisi. Pensammo che era meglio scappare”. Giornalista e interprete, corsi fuori dalla casa, hanno sentito voci “afghane e inglesi”. C’erano proiettili tutto intorno. Munadi era davanti. Gridava, “giornalista, giornalista”, ma è caduto sotto una raffica di colpi. “Io mi sono buttato in un fossato”, ha detto Farrell spiegando che non era chiaro da dove venisse il fuoco, “se da militari alleati o dai talebani”. Dopo un minuto o due Farrell ha detto di aver sentito voci di inglesi: “Ostaggio britannico”, ha gridato il giornalista che ha il doppio passaporto, britannico e irlandese. Solo a quel punto l’inviato del New York Times ha visto l’interprete riverso a terra: “Era nella stessa posizione di quando era caduto. E’ tutto quel che so. L’ho visto cadere davanti a me. Non si muoveva. Era morto. Era così vicino, a mezzo metro davanti a me quando è caduto”. Né il New York Times né la famiglia di Farrell erano stati messi a parte dell’operazione militare in cui, oltre a Munadi, é morto un soldato britannico e che potrebbe aver fatto vittime civili, una donna e un bambino.

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Due storie, due destini. Giornalista afghano liberato dopo due anni, uno salvadoregno ucciso dalla malavita

Sono due storie molto diverse ma anche molto simili quelle che hanno accomunato in questi giorni Sayed Pervez Kambaksh e Christian Poveda. Due giornalisti, in parti diverse del mondo, finiti nei guai solo per aver fatto il proprio lavoro. Due storie con finali, purtroppo, tragicamente opposti.

Sayed Pervez Kambaksh era stato condannato a morte per blasfemia da un tribunale islamico di Maza-i-Sharif il 22 gennaio del 2008. Ora, dopo due anni di prigionia, è tornato ad essere un uomo libero. A porre fine alla sua reclusione, la grazia concessa dal presidente afghano Karzai.

La sua vicenda aveva fatto scalpore all’epoca dei fatti, tanto che anche la diplomazia internazionale si era mobilitata per la sua liberazione. Kambaksh, 24enne giornalista afghano, si era “guadagnato” la condanna a morte per aver scaricato da un sito iraniano materiale informativo sui diritti delle donne e l’Islam. La sentenza aveva provocato l’intervento delle associazioni di giornalisti di tutto il mondo e di numerosi governi, in primo luogo quello Usa con il segretario di Stato Condoleeza Rice. Anche l’Unione Italiana Cronisti aveva richiamato l’attenzione sul suo caso assegnando a Kambash l’International Award Reporter of the Year e facendo pressioni sulle autorità del afghane, italiane ed europee per la scarcerazione. Come risultato della mobilitazione, alla fine del 2008 il processo di appello aveva modificato la condanna a morte in 20 anni di carcere, tra le proteste degli islamici più intransigenti.

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Giornalisti americani contro le gole profonde: “Fonti siano più trasparenti”

Il New York Times e altre organizzazioni giornalistiche hanno inviato una lettera a seicento portavoce dei più importanti organi istituzionali americani chiedendo di sospendere la pratica delle conferenze stampa “off the record”.

Secondo un annuncio pubblicato sul sito della Sunshine in Governement Initiative, un’organizzazione che rappresenta i reporter americani, la lettera è l’ennesimo tentativo di mettere fine agli incontri protetti dall’anonimato, che impediscono di attribuire le dichiarazioni ai funzionari e obbligano i giornalisti a cercare un’altra fonte.

“Molti portavoce, indipendentemente dall’orientamento politico, sempre più spesso sottolineano che le loro dichiarazioni sono off the record”, riporta la lettera. Ai destinatari della protesta, quasi tutti funzionari delle agenzie federali di Washington, compreso il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, i giornalisti chiedono “di agire con più trasparenza”.

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