Propublica, la prima volta del Pulitzer all’online

La home page di ProPublica

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Il giornalismo online fa breccia nella tradizione del premio Pulitzer. Il riconoscimento giornalistico americano, tra i più antichi e prestigiosi del mondo, ha assegnato per la prima volta un premio ad un sito web: Propublica.org. Il giornale online, guidato dall’ex direttore del Wall street journal Paul Steiger, si è aggiudicato il riconoscimento per un’inchiesta sugli ospedali dopo il passaggio dell’uragano Katrina.

Propublica, è nato tre anni fa grazie ad un gruppo di reporter amanti del giornalismo d’inchiesta e ai soldi dei filantropi californiani Herbert e Marion Sandler. Lo scopo dichiarato è quello di rinverdire la tradizione del giornalismo investigativo alla Carl Bernstein e Bob Woodward, ormai un genere in via di estinzione. Propublica mette i suoi scoop gratis al servizio dei giornali in grado di dar loro la massima cassa di risonanza. Un’iniziativa di servizio pubblico, non di parte e non ideologica nata nel tentativo di risollevare le sorti dei giornali in un momento in cui si fa sempre più fatica a far tornare i conti, tra calo di investimenti pubblicitari e calo di lettori-acquirenti. Nello specifico, il servizio da Pulitzer su Katrina, fu pubblicato dal magazine del New York Times. Per Steiger è il 17esimo Pulitzer dopo i 16 vinti al timone del Wsj.

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Murdoch in pressing sul New York Times: i suoi quotidiani offrono pubblicità scontatissima

Il magnate australiano Murdoch

Il magnate australiano Murdoch

Rupert Murdoch in pressing sul New York times. L’azione del magnate australiano vuole mettere pressione al principale giornale americano per ribaltare la leadership e consegnarla alle sue testate statunitensi: il Wall street journal e il New York post. L’ultima iniziativa, riportata dal Financial times, consiste nell’offrire agli inserzionisti spazi pubblicitari super scontati sulle due testate di Murcoch.

Secondo le indiscrezioni riportate dal giornale finanziario, gli sconti andrebbero dal 79% all’83%. L’operazione, che Ft definisce, un “aggressivo attacco al New York times”, ha chiaramente lo scopo di sottrarre gli inserzionisti, in particolare quelli delle grandi catene commerciali e di moda, al quotidiano rivale. La nuova operazione di mercato arriva a pochi giorni di distanza dal lancio dell’edizione newyorchese del Wall street journal: un supplemento di dodici pagine di cronache locali, politica cittadina, sport e spettacolo, redatto da un gruppo di 35 giornalisti che sarà in edicola dal prossimo 26 aprile. Un’iniziativa storica, perché per la prima volta ha tolto al quotidiano della borsa americana la sua connotazione puramente finanziaria.

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New York Times, lettori a riunione di redazione

L'edificio del New York Times

L'edificio del New York Times

Lettori a riunione di redazione. La trovata, una vera e propria operazione trasparenza, è stata messa in atto al New York Times, il più importante giornale americano. Per rendere i lettori più partecipi e consapevoli di come nasce un giornale, il quotidiano a stelle e strisce mette a disposizione dei curiosi un video di sei minuti con l’inedito dietro le quinte.

L’operazione si ripeterà ogni giorno e sarà pubblicato sul sito web del giornale alle 13 di New York (le 18 italiane). Si tratta di una specie di mini-telegiornale in cui si vedranno il direttore Bill Keller e i capi-redattori discutere, di volta in volta, la prima pagina del giorno seguente.

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Si dimette giornalista del New York Times: copiava le notizie

Grattacielo sede del New York Times

Grattacielo sede del New York Times

Copiava le notizie dal Wall Street Journal. Per questo Zachery Kouwe, giornalista economico del New York Times, si è dovuto dimettere.

Il plagio era stato denunciato da Robert Thomson, il direttore del Wall Street Journal in persona, che aveva accusato Kouwe dopo aver notato somiglianze tra un articolo della sua testata e quanto pubblicato sotto la firma del giornalista, sul New York Times del 5 febbraio scorso.

Kouwe è accusato di aver riutilizzato intere frasi del Wall Street Journal, ma anche della Reuters e di altre fonti giornalistiche senza attribuirle alla fonte in una serie di articoli pubblicati nel corso dell’anno scorso e sul popolare blog “DealBook”, del sito NyTimes.com. Kouwe arrivato al New York Times dal New York Post nel 2008, ha deciso di lasciare il giornale dopo un incontro con i vertici in cui erano state prospettate azioni disciplinari nei suoi confronti.

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Financial Times introduce l’abbonamento giornaliero alle news online

financial-timesDopo il clamoroso annuncio del New York Times di far pagare le notizie online, ecco l’ultima trovata in tema di contenuti in rete. Il Financial Times ha intenzione di introdurre un abbonamento giornaliero per la lettura degli articoli del suo sito intenet.

La trovata dell’“abbonamento 24 ore” è una novità assoluta in questo ambito, cui nessuno aveva ancora pensato. La testata finanziaria anglosassone, in relazione a questa formula, sta studiando un metodo di micro-pagamenti che dovrebbe agevolare l’utenza nella fruizione dei contenuti non-free.

La dirigenza del quotidiano crede fermamente nel nuovo progetto: “È ragionevole pensare che ci siano molte persone felici di pagare per un singolo giorno, ma che non sono disposte a firmare una sottoscrizione per un anno” ha detto Robert Grimshaw, managing director di Ft.com, presentando la novità.

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New York Times: l’articolo? Lo sovvenziona il lettore

new york timesArticoli a spese dei lettori. È questa l’ultima trovata del New York Times tra le molte iniziative intraprese dal giornale nel tentativo di uscire dalla crisi che sta investendo da tempo il mondo dell’editoria. Quest’ultima novità, però, è decisamente la più innovativa e stravagante. Per pubblicare articoli su temi tralasciati dai grandi media ma a cui i cittadini sono direttamente interessati, il quotidiano newyorkese ha pensato di utilizzare i soldi degli stessi lettori, raccolti attraverso donazioni legalmente ricevute con raccolte fondi.

Il primo articolo pubblicato mettendo le mani nelle tasche dei lettori ha riguardato l’accumulo dei rifiuti nell’Oceano Pacifico, inserito nella sezione Scienza. Il pezzo del giornalista, ovviamente freelance, si conclude così: “I costi del viaggio sono stati sostenuti dai lettori di spot.us, un’organizzazione no-profit che appoggia il giornalismo indipendente”.

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La Cnn perde il primato delle all news americane

cnnLa Cnn non è più la regina delle televisioni all-news americane. La storica emittente che, ormai vent’anni fa, ha lanciato il modello delle tv dedicate 24 ore su 24 all’informazione, è in caduta libera ed è ormai quarta in classifica, e di fatto ultima, tra i network statunitensi via cavo del settore.

Come anticipato dal New York Times, diffondendo le cifre ufficiali che verranno pubblicate questa settimana, nel prime time la Cnn viene superata, non solo dalla FoxNews e dalla Msnbc, ma anche dalla sua consorella del gruppo TimeWarner Hln, l’ex Headline News, più stringata e colorita come un tabloid. Tra le 19:00 e le 23:00, tre dei quattro show della Cnn sono finiti quarti ed ultimi in classifica.

Tra i maggiori flop spicca quello di Anderson Cooper, un cronista d’assalto sul quale la Cnn puntava decisamente e che si era particolarmente distinto durante l’uragano Katrina che distrusse New Orleans nell’agosto del 2005. L’unico a salvarsi, ma senza fare miracoli, è l’anziano Larry King, che finisce terzo nella sua fascia oraria, quella notturna dei talk show.

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Usa, una ricerca universitaria propone aiuti di Stato per i giornali

Torna a farsi strada negli Stati Uniti l’ipotesi di aiuti governativi alle imprese editoriali per fronteggiare la crisi del settore. Già qualche tempo fa il presidente Obama si era detto possibilista in materia, nel caso venisse presentata una proposta seria al Congresso. Ora a ribadire il concetto ci ha pensato un rapporto della Columbia University, dal titolo “The Reconstruction of American Journalism”.

Il rapporto di 36 pagine è stato stilato da Michael Shudson, docente della facoltà, e da Leonard Downie Jr., per 17 anni penna di punta e poi manager al Washington Post. Secondo i due studiosi: “la società americana si deve assumere la responsabilità collettiva di sostenere il giornalismo indipendente in un ambiente economico che è profondamente cambiato”, per questo conclude la ricerca per salvare l’informazione su carta saranno necessari sussidi pubblici.

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Crisi, il New York Times taglia altri 100 posti di lavoro

Ancora tagli al New York Times. Non si calmano le acque al colosso americano dell’informazione.
Entro la fine dell’anno, infatti, la redazione di Manhattan perderà altri cento tra giornalisti e collaboratori, pari all’otto per cento del totale. L’editore offrirà “scivoli” al personale che deciderà di lasciare volontariamente e mentre ricorrerà a licenziamenti qualora non si riesca a raggiungere il numero richiesto. Il nuovo sfoltimento segue quello attuato nella primavera del 2008 quando vennero tagliati altri cento posti di lavoro, anche se in quell’occasione vennero fatte alcune assunzioni. In quell’occasione vennero licenziati, per la prima volta nella storia della prestigiosa testata, alcuni giornalisti. Attualmente lavorano al New York Times 1.250 persone. Un vero e proprio colosso se paragonato a qualsiasi altro giornale americano: nessuno supera i 750 dipendenti.
L’annuncio dei nuovi tagli è stato dato dallo stesso editore del quotidiano, la New York Times Company, dopo che nel secondo trimestre, la società fatto segnare un calo dei profitti del 42%

Condé Nast, la crisi non fa sconti al lusso

La crisi non fa sconti a nessuno, neppure alle testate più glamour del pianeta. A dover fare i conti con le ristrettezze economiche, infatti, è toccato al gruppo editoriale Condé Nast, potentissima casa editrice leader mondiale dell’editoria superpatinata.

Riviste che vendono lusso con l’acqua alla gola. Una situazione a dir poco paradossale. Secondo un rapporto stilato dai revisori dei conti della McKinsey per far quadrare i conti l’azienda editoriale avrebbe la necessità di una drastica riduzione delle note spese, almeno del 25%, cui si aggiungeranno anche inevitabili licenziamenti.

Questo significa che testate del calibro di Vogue, Glamour e Vanity Fair, tra le più famose edite dal gruppo, dovranno stringere la cinghia. Certo non sarà facile ridurre le spese di alcuni direttori di questi giornali, ormai vere e proprie celebrità. Personaggi come Anna Wintour, al timone di “Vogue”, o Graydon Carter di “Vanity Fair”, difficilmente manderanno a casa la macchina con autista sempre a loro disposizione.

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