Iran, scarcerato dopo 131 giorni Mohammad Quciani

Etemad e MelliEra stato arrestato il 18 giugno scorso, pochi giorni dopo le elezioni presidenziali in Iran. Ora dopo 131 giorni di carcere, e senza che gli siano mai stati comunicati i capi d’accusa, Mohammad Quciani è tornato in libertà. Quciani nella vita fa il direttore di un quotidiano riformista, che si chiama “Etemade Melli”.

In Iran, la sua patria nativa, è un giornalista molto conosciuto che, nonostante la giovane età ha già diretto importanti quotidiani, come “Sharq”, “Hammihan” e, appunto, “Etemad Melli”.

Il suo arresto era avvenuto insieme a quello di altri 80 giornalisti e personalità del fronte riformista, accusati di aver pianificato una “rivoluzione di velluto”. Adesso finalmente la notizia della liberazione dopo 113 giorni di reclusione.

A riferire la lieta notizia è stata l’agenzia del lavoratori iraniani, la Ilna, che ha ricordato come Quciani era stato era tra gli imputati dei processi in diretta tv organizzati dall’autorità giudiziaria iraniana seguiti alle elezioni.

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Rsf, Italia al 49simo posto nella classifica per la libertà di stampa

L’Italia perde ancora posizioni nella classifica della libertà di stampa. Secondo la graduatoria del 2009 stilata da “Reporters sans frontieres”, il Belpaese scende dal 44simo post del 2008 al 49simo di quest’anno. Una vera e propria caduta libera visto che nel 2007 l’Italia era in 35sima posizione.

Le motivazioni di questa diminuzione di libertà nella nostra informazione, secondo Rsf, sono da ricercarsi nelle “pressioni del Cavaliere sui media, e le crescenti ingerenze”, ma anche nelle “violenze di mafia contro i giornalisti che rivelano le attività di quest’ultima e un disegno di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità per i media di pubblicare i testi di intercettazioni telefoniche”.

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Due storie, due destini. Giornalista afghano liberato dopo due anni, uno salvadoregno ucciso dalla malavita

Sono due storie molto diverse ma anche molto simili quelle che hanno accomunato in questi giorni Sayed Pervez Kambaksh e Christian Poveda. Due giornalisti, in parti diverse del mondo, finiti nei guai solo per aver fatto il proprio lavoro. Due storie con finali, purtroppo, tragicamente opposti.

Sayed Pervez Kambaksh era stato condannato a morte per blasfemia da un tribunale islamico di Maza-i-Sharif il 22 gennaio del 2008. Ora, dopo due anni di prigionia, è tornato ad essere un uomo libero. A porre fine alla sua reclusione, la grazia concessa dal presidente afghano Karzai.

La sua vicenda aveva fatto scalpore all’epoca dei fatti, tanto che anche la diplomazia internazionale si era mobilitata per la sua liberazione. Kambaksh, 24enne giornalista afghano, si era “guadagnato” la condanna a morte per aver scaricato da un sito iraniano materiale informativo sui diritti delle donne e l’Islam. La sentenza aveva provocato l’intervento delle associazioni di giornalisti di tutto il mondo e di numerosi governi, in primo luogo quello Usa con il segretario di Stato Condoleeza Rice. Anche l’Unione Italiana Cronisti aveva richiamato l’attenzione sul suo caso assegnando a Kambash l’International Award Reporter of the Year e facendo pressioni sulle autorità del afghane, italiane ed europee per la scarcerazione. Come risultato della mobilitazione, alla fine del 2008 il processo di appello aveva modificato la condanna a morte in 20 anni di carcere, tra le proteste degli islamici più intransigenti.

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Iran, continuano le intimidazioni ai cronisti. Chiusa la sede dell’Associazione giornalisti iraniani. Salgono a 42 gli arresti

Le autorità iraniane pongano fine all’intimidazione dei giornalisti nella Repubblica islamica. È l’appello lanciato dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), dopo la chiusura, la scorsa notte, dell’Associazione dei giornalisti iraniani di Teheran, i cui uffici, lamenta un comunicato di Ifj, “sono stati perquisiti e sigillati da uomini armati”, su ordine del procuratore generale del governo, Saeid Mortazavi.

Secondo la Federazione internazionale, alcuni dei leader dell’Associazione, che stava preparando l’assemblea generale, devono adesso restere nascosti per salvaguardare la propria sicurezza. Questa mattina il segretario generale della Federazione, Aidan White, ha incontrato l’ambasciatore iraniano presso l’Ue e il Belgio. Nell’incontro, riferisce la nota, White “ha affermato che i giornalisti arrestati, almeno 42, devono essere liberati e che deve esser consentito di funzionare all’Associazione dei giornalisti iraniani, affiliata all’Ifj”.

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Venezuela, Chavez applica la censura contro radio e tv non governative

Hugo Chavez come Mahmud Ahmadinejad. Il Venezuela come l’Iran. Ad unire i regimi dei due presidenti così lontani geograficamente, l’utilizzo di una dura censura mediatica. La denuncia arriva dall’associazione Reporter sans Frontières, l’organizzazione per la libertà di stampa nel mondo.

Secondo Rsf il governo di Chávez sta adottando drastiche misure per limitare l’attività di canali non statali. In particolare è finita nel mirino della censura Globvisiòn, canale televisivo privato di informazione, che rischia il ritiro della concessione a trasmettere via etere. Ma una “valutazione di legalità” sta già riguardando ben 240 stazioni radio.

Secondo Reporter senza frontiere le modifiche legislative e regolamentari annunciate in queste ultime settimane dal governo venezuelano, al solo scopo di punire i mass media per una linea editoriale giudicata contraria agli scopi governativi, sarebbero molto pericolose. “Queste manovre legislative regolamentari e giudiziarie – denuncia l’organizzazione – recano l’obiettivo di “proteggere la salute mentale” della popolazione. Le norme e le leggi, che un governo cambia o interpreta nuovamente per imporre ciò che giudica essere la sola verità mediatica possibile, sono soltanto gli strumenti di una crociata ideologica iniziata già da tempo. Chiamiamo il governo a sospendere le misure contrarie ai principi costituzionali fondamentali ed alla giurisprudenza interamericana in materia di libertà d’espressione”.

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Iran, la censura mette il bavaglio all’informazione

E’ un silenzio assoluto o quasi quello che arriva dall’Iran sulle proteste che continuano a divampare nel Paese dopo le elezioni presidenziali che hanno riconfermato Mahomud Ahmadinejad alla presidenza. Le notizie diffuse dai media sono sempre più rare e arrivano solo dai canali ufficiali di Teheran.

Niente più filmati su YouTube a testimoniare cosa sta accadendo in piazza, sospeso da giorni il servizio di messaggi sms, interrotto il normale servizio di chiamate con i cellulari e anche da Twitter i messaggi istantanei arrivano a rilento. Perfino i bloggers, che finora avevano continuato a riportare testimonianze su scontri e manifestazioni, sembrano essere finiti tra le maglie della censura. Alla fine, il regime di Ahmadinejad sembra essere riuscito nel suo scopo di ridurre tutti al silenzio.

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Iran, annullata la giornata di protesta dei giornalisti contro la censura

Doveva essere il giorno della grande protesta dei giornalisti iraniani contro la censura imposta dal regime di Mahomud Ahmadionejad. Invece la giornata di ieri è trascorsa con le ormai solite limitazioni alla libertà di stampa. Il giornale “Sedaie Edalat” (La Voce della Giustizia) così come “Etemad Melli” (Fiducia del Popolo) non sono potuti uscire. Secondo fonti della radio iraniana Radio Farda, anche il giornale “Hayate Nou” (Nuova Vita) non è andato in vendita.

La protesta è stata annullata dagli stessi giornalisti locali che, per bocca della presidentessa del sindacato di categoria, Badr Sadat Mofidi, hanno detto di non scendere in piazza in segno di solidarietà con i colleghi incarcerati dal regime e per denunciare la presenza costante della polizia nelle redazioni e nelle tipografie.

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Iran, continua la censura: 33 giornalisti arrestati e chiusa sede di Al Arabiya

Si fa sempre più dura la censura iraniana contro gli organi di informazione di tutto il mondo, volta ad impedire la diffusione di notizie sui duri scontri che continuano dal 12 giugno, giorno delle elezioni presidenziali che hanno riconfermato Mahmud Ahmadinejad alla guida del Paese mediorientale.

Secondo “Reporter senza frontiere” sarebbero almeno 33 i giornalisti e i blogger arrestati dalle autorità iraniane dall’inizio delle proteste. “La repressione – si legge in una nota dell’agenzia – si è accentuata ancora di più venerdì dopo la conferma da parte della guida spirituale iraniana Ali Khamenei, del risultato delle elezioni”.

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Liberata Roxana Saberi. Si spera ancora per Amanda Lindhout

Roxana Saberi è libera. Da ieri ha lasciato il carcere di Evin nel quale era detenuta dal 31 gennaio scorso. In appello, infatti, la pena applicata alla giornalista irano-statunitense è stata ridotta da 8 a 2 anni e, grazie alla condizionale, è stata sospesa. La giornalista così ora è libera a tutti gli effetti e può lasciare l’Iran quando vuole.

Le è stata inflitta la minor pena possibile per il reato di spionaggio. Si è passati dall’accusa di “cooperazione con un paese ostile” a quella di “raccolta e trasmissione di informazioni atte a minacciare la sicurezza del paese”.

Per l’Iran duque gli Stati Uniti non sono più considerati un paese ostile. Potrebbe essere un primo segnale di distensione nei confronti del neopresidente americano ed il suo impegno per l’apertura di un dialogo. Lo stesso Obama aveva più volte richiesto il rilascio della Saberi. L’arresto della giornalista, del resto, era sembrato fin dall’inizio solo un pretesto: una pedina al centro di delicati equilibri tra Iran e Stati Uniti.

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Iran, giornalista Usa arrestata accusata di spionaggio. Rischia la pena di morte

roxana-saberiLa giornalista free-lance americana di origine iraniana Roxana Saberi, in carcere a Teheran dal 31 gennaio scorso, è stata accusata formalmente di spionaggio, un reato che nella Repubblica islamica può comportare la condanna a morte. Lo ha annunciato oggi il vice procuratore della Corte rivoluzionaria di Teheran, Hassan Haddad.

Roxana Saberi, 31 anni, è nata negli Usa da padre iraniano e madre giapponese e da sei anni risiede in Iran. Ma Haddad ha affermato che “si tratta di una cittadina iraniana e non esistono prove che sia in possesso di un’altra cittadinanza”. “Comunque – ha aggiunto il viceprocuratore – anche se avesse un’altra cittadinanza, ciò non avrebbe alcuna influenza sul procedimento giudiziario”.